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Femminicidio e giornalismo

Inserito il 04.02.2021

E’ difficile parlare del Femminicidio per una donna perché si muovono delle corde interiori che talvolta fanno vibrare voce e mano.
La Convenzione del Consiglio d’Europa ratificata dall’Italia nel 2013 parla chiaro.
Per femminicidio si intendono  le violenze fondate sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o atti di violenza di natura fisica, psicologia, economica, comprese le minacce di compiere atti, le coercizioni o la privazione arbitraria della libertà sia nella vita pubblica che nella privata. Si ribadisce l’espressione violenza domestica che include tutti quegli atti di violenza che si verificano all’interno della famiglia.


Secondo l’Istat, mentre il  tasso di omicidi maschili diminuisce progressivamente a partire dal 1990, lo stesso non accade per gli omicidi femminili che tende a rimanere costante.
Non solo:
7 donne su 10 sono uccise a casa.
Più di 3 su 10 sono accoltellate.
Più di 2 su 10 arma da fuoco.
18 su 100 Soffocate/strangolate
6 su 100 ammazzate di botte.
Fonte: Lalli 2019 Osservatorio Ricerca Femminicidio

Visto dal punto di vista di una giornalista, queste semplici righe vogliono porre l’attenzione  sulla forza mediatica del ruolo femminile.
Una completa analisi sul femminicidio non può prescindere da un cambiamento socio culturale indirizzato alla tolleranza zero verso ogni tipo di violenza nei confronti delle donne e veicolando un’immagine equilibrata e e scevra di pregiudizi sulle stesse.

Certamente è utile partire dalla presenza delle donne nel mondo che conta, dal punto di vista sociale, politico economico. Le donne a livello globale sono più presenti tra le voci comuni, tra le espressioni dell’opinione pubblica generale che tra le voci autorevoli come possibile rilevare dal Global Media Monitoring Project.
In una popolazione mondiale in cui si equilibrano il numero delle donne rispetto a quello degli uomini, si rivela che la presenza delle prime nelle news di stampa, radio, tv internet, twitter, soffre di una sotto-rappresentazione, con una percentuale pari al 24-26% rispetto alla totalità della presenza mediatica in cui gli uomini la fanno da padroni.

Le parole sono pietre che possono costruire ponti o muri.
Scriveva Wittgenstein: i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
Se non riusciamo a scrivere o a dire “ministra”. ci sarà un perchè?

In Italia sono stati fatti passi avanti nel tempo, la sensibilizzazione pubblica è alta. Certo rimane uno zoccolo duro: se le voci che sentiamo sono maschili,  l’analisi dei fatti è da una prospettiva maschile. Ne consegue che le donne rimarranno sempre delle spettatrici.
Ciò sarà migliorato al momento in cui daremo più voce alle donne nella direzione di una società realmente democratica, inclusiva, egualitaria.

Tale fenomeno di violenza estrema sulle donne si è imposto all’attenzione dei media di informazione italiani che stanno leggendo i fatti di cronaca nera non più come evento privato ma come fenomeno sociale di enorme rilievo.
Ma la comunicazione che ne consegue, è trasparente, scevra di pregiudizi, libera dalla frenetica ricerca della spettacolarizzazione?
NO.
Tendenzialmente la notiziabilità del femminicidio segue una routine . Si dà maggiore rilievo a quei casi di efferato pluriomicidio, ai casi più scabrosi, alle vittime di assassini molto giovani o a quei casi in cui si può costruire un giallo intricato intorno alle ricerche.

Anche se tali assassinii hanno una maggiore notiziabilità, si nota spesso che l’atto di cronaca porta con sé atteggiamenti fuorvianti, da denunciare. Ad esempio si tende a psicologizzare l’accaduto, si ricercano ragioni interiori interne alla coppia, si segue il caso come un racconto letterario.
Sono stati individuate nuove tipologie di femminicidio, vedi ad esempio le cosiddette “tragedie della solitudine”, donne anziane malate uccise dai partner, una percentuale in crescita di atti individuali frutto della disperazione. Quasi sempre sono gli uomini che uccidono le donne disabili o malate,  come se l’assistenza estrema fosse solo appannaggio femminile.
Sembra che la violenza perpetuata sulle donne si ripeta sui media al momento in cui si cercano giustificazioni, difetti delle donne, supportando stereotipi e tutte quelle sfumature che possano giustificare o almeno attenuare la gravità dell’accaduto.
In una società che spesso si ferma al titolo degli articoli, leggere “l’ho fatto per amore”, “non accettava la separazione”, “donna infedele da raddrizzare” “voleva lasciarmi alla vigilia delle nozze” “lei lo aveva portato all’esasperazione” "a causa del lockdown" non fa altro che perpetuare l’abuso finito in omicidio distruggendo definitivamente quello che restava alle vittime: la coscienza pubblica di un delitto ingiustificabile!
Ecco che la legge non giustifica più i raptus, cimeli del fu delitto passionale, ma che spesso ritornano nei pezzi di cronaca quasi a voler smorzare la gravità dell’accaduto.

Accoglie la questione il Manifesto di Venezia, sottoscritto da giornalisti e giornaliste per il rispetto e la parità di genere nell’informazione. Lo scopo è quello di cambiare il vocabolario della cronaca nera quando si tinge di rosa:
 “Cambia linguaggio, libera le parole dalla violenza”.

Ma non solo.  Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti interviene di fronte al reiterarsi dei casi di violenza sui minori sotto la definizione di “baby squillo”. Si legge nell’ordine del giorno del 19 maggio 2016 “L’uso reiterato che molte testate televisive, cartacee online fanno della definizione “baby squillo”, ad esempio, è un’inammissibile violazione della Carta di Treviso. Le bambine sono vittime e gli uomini che abusano di loro sono i colpevoli. Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviante”.

Per concludere, c’è bisogno di un nuovo approccio pedagogico da cui ripartire perché si ponga fine alla violenza innescando prima una vera e propria rivoluzione culturale.
A partire da noi giornalisti!


*foto contributo del paese di Trequanda alla sensibilizzazione sul femminicidio.
Valentina Niccolai

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