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Taglia e cuci da pandemia

Inserito il 28.02.2021

Secondo Orsola di Castro, autrice del libro I vestiti che ami durano più a lungo, in uscita a Marzo Corbaccio editore,  dei presunti 53 milioni di tonnellate di capi prodotti, più del 75% viene buttato via in fase di produzione o dopo che li abbiamo indossati. Per forza, ci viene da commentare, che il nostro pianeta sta collassando!

Uno dei cambiamenti più evidenti di questo lungo periodo di pandemia, è proprio rinchiuso nell’abito che ci avvolge. Più comodo, più casual, magari rispolverato dall’armadio, appartenuto alla mamma ad una zia che importa. Magari rivisitato, riaggiustato addosso o modernizzato con qualche piccola modifica a base di taglio e cucito. A qualcuno ciò potrà sembrare nuovo o addirittura rivoluzionario, ma a ben guardare riporta molti di noi, soprattutto i più maturi, ai tempi che furono.

Come saprete la redazione di Territorio In Forma si trova nelle colline senesi, a sud di Siena, tra Montalcino e Montepulciano. Attardarsi a parlare con gli anziani del luogo vuol dire raccogliere un patrimonio di usi e costumi della cultura contadina risalente alla mezzadria del secondo dopoguerra.
Ebbene chi non conosceva la figura della sartina di campagna?
Personaggio fondamentale per l’economia domestica rurale, essa si spostava nella campagna senese ogni volta che un grosso podere abitato da molti contadini ne faceva richiesta. Solitamente in autunno e in primavera. Il capoccia si recava personalmente con barroccio a prelevarla con il carico della macchina da cucire e spesso i figlioletti al seguito. Il suo arrivo al podere era segnato dagli eventi naturali: arrivava col bel tempo e rimaneva fino a che, a lavoro terminato, non poteva ripartire ossia in assenza di perturbazioni.
Il suo lavoro nei nostri poderi senesi consisteva nel cucire gli abiti per le feste e molto di più nel rammendo e aggiustature di quelli preesistenti. La sartina lavorava continuamente durante il giorno fino a sera, al lume della lampada a petrolio. La macchina da cucire funzionava a manovella non certo ad elettricità come adesso.  Ciò avveniva massimo due volte l’anno, in autunno e in primavera.
Bene, oggi proprio in seguito ai lockdown prolungati e alla nuova cultura pandemica si sente forte il  richiamo al consumo consapevole, all’abitudine del riuso. A dire il vero, molte delle nostre città della moda sono costellate di boutique vintage. meta di un pubblico acculturato, sofisticato, viaggiatore. Abbiamo i nostri Portobello road, i nostri Camden Town o marché au poches. Ma mentre sono stati fino ad oggi appannaggio  di un certo pubblico radical chic, oggi sono obbligatoriamente ispiratori di una nuova filosofia democratica, diremo pandemica. La logica dell’apparire con il covid-19 ha lasciato il passo alla logica dell’essere. Non sempre il nostro interiore è costellato di emozioni positive come senso di isolamento, depressione da lockdown, sfiducia, paure varie e noia a non finire.Forse abbiamo guardato con nostalgia certi capi memori dei momenti allegri che hanno condiviso con noi. Non si chiama forse nostalgic marketing la pratica di rievocare cose del passato nelle campagne di comunicazione?  Trascinati quindi dai tempi, e dal bisogno compulsavo di riattivarsi, abbiamo letteralmente rispolverato case e armadi rimediando e rendendo attuale cose d’una volta. Abiti, accessori, foulard, hanno ritrovato nuova  vita grazie al modo nuovo in cui li abbiamo guardati e gestiti: li abbiamo amorevolmente lavati, rammendati, riabbinati e spesso allargati come nel mio caso, ahimè. La mia cara amica e sartina Graziella mi racconta com’è cambiato il suo lavoro negli anni. “mentre prima gettavo scampoli e abiti vecchi, datati, oggi conservo tutto e li guardo con occhi nuovi. Prima erano impicci prendisposto, oggi sono opportunità”.
 Ma la cosa importante è che ciò non deve essere fatto solo perché molti dei nostri negozi preferiti chiudevano o non erano fisicamente raggiungibili ma per fornire un servizio alla terra, alla sostenibilità del nostro pianeta che ricordiamo bene, non nasce griffato. Forse questa consapevolezza non è del tutto maturata nella gente; i giovanissimi ad esempio, hanno un approccio piuttosto passivo fatto di videogiochi, social che minano la creatività dal più profondo rendendoli tutti fotocopie l’uno dell’altro. la griffe è ancora fondamentale per questo pubblico.  Ma allo stesso tempo, i più giovani hanno una coscienza ambientale molto più consapevole di noi adulti: Greta dote.
Certamente la pandemia passerà ma non potremmo mai dimenticare ciò che di male e anche ciò che di bene ha portato questa esperienza. Le nevicate abbondanti di questo inverno, altro non sono che il respiro depurato delle nostre montagne. Così se moderiamo produzione e consumo, trasferendo l’economia in settori meno impattanti, restituiamo dignità a noi stessi a alla moda del terzo millennio.

Valentina Niccolai




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