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Disagi da pandemia secondo Elena Ferroni

Inserito il 22.02.2021

Territorio In Forma incontra la psicologa Elena Ferroni di Sinalunga. Laureata in psicologia Clinica e della Salute all'Università di Firenze. Insieme scopriamo come è possibile affrontare i disagi psicologici da pandemia.


Ci descriva il suo lavoro oggi, ad un anno dall’inizio della pandemia.

Sono specializzata in supporto psicologico di persone con disabilità visiva perché è qualcosa  che anch'io vivo in prima persona essendo una professionista non vedente. Nello specifico, dal luglio del 2019 sono inserita come psicologa al centro di riabilitazione visiva dell'ospedale Le Scotte di Siena. Parallelamente, svolgo la libera professione di psicologa in Valdichiana, per pazienti normovedenti.

Oggi il mio lavoro ha subito ovviamente radicali cambiamenti.

A un anno dall’inizio della pandemia, dal punto di vista professionale posso dire senz'altro che con l'inizio del locktown, nella primavera del 2020, nei miei pazienti si è innescata una nuova grande paura. Molti che avevano iniziato con me un percorso di supporto psicologico hanno maturato la scelta di rimandare così nel contesto ospedaliero  percepito come un ambiente di pericolo.

 

Altri hanno scelto di proseguire il lavoro in modalità a distanza con video chiamate e questo tipo di supporto continua ancora oggi. La scadenza settimanale o quindicinale ha permesso loro di mantenere la relazione con me;  sicuramente non è come l’incontro in presenza  ma comunque ha consentito di mantenere per molti l’unico contatto terapeutico possibile. Parliamo di famiglie e soggetti singoli in difficoltà anche sociale. 



Malati di isolamento: cosa si intende e quali sono le nuove paure registrate nel tuo lavoro?

Sicuramente  la paura del contagio, di essere poi loro stessi anche fonte di contagio. 

La disabilità visiva e direi la disabilità in generale richiede anche una vicinanza fisica  maggiore. La prossimità fisica al paziente non si può annullare perché è fondamentale e quindi i rapporti si sono ridotti in termini di contatti con le persone effettivamente necessarie. Da questo si è generato sicuramente un senso di solitudine. All’isolamento fisico, si contrappone invece una sorta di “ affollamento mentale” dovuto all'ascolto compulsivo delle notizie, degli aggiornamenti nazionali e locali. La  giornata di molti miei pazienti è stata costellata di questo ascolto sui dati pandemici e ciò ha imposto un intervento di urgenza mirato proprio a razionalizzare e limitare il tempo dedicato alle news sanitarie.  Ad esempio è stato utile creare con i pazienti  un piano di azioni e attività piacevoli da svolgere nella giornata, ordinate cronologicamente, che non avessero alcuna relazione con il coronavirus.  Lo scopo era proprio quello di restituire alla permanenza in casa un aspetto piacevole del tipo “ok ho molto tempo libero, posso finalmente dedicarmi a qualcosa che mi piace e mi fa stare bene”. Non è stato facile, proprio perché siamo disabituati a vivere il tempo presente e a fermarci.

Si è costruito addirittura un’Agenda della giornata utilissima soprattutto quando le giornate sono diventate chiaramente tutte uguali; molti miei pazienti sono più anziani, non lavorano più, altri hanno perduto il lavoro altri ancora hanno dovuto imparare a gestire lo smart working.  Nell’agenda, è stato fondamentale inserire momenti delle relazioni personali, non più fisiche ma digitali: ad esempio all’ora x è prevista la videochiamata all’amico/amica ecc.



Il suo lavoro dunque,  è stato molto stimolato da una nuova creatività?


E’ così. Ce lo siamo detti più volte anche con i colleghi durante il periodo di lockdown;  nessuno di noi avrebbe scelto di lavorare a distanza perché per formazione siamo tutti abituati a privilegiare la relazione del contatto diretto con le persone che ci chiedono aiuto. Invece questa condizione straordinaria è seguita una modalità terapeutica altrettanto straordinaria:  ci siamo misurati per la prima volta con il lavoro a distanza per tutelare la salute del paziente e nostra. 

Si è trattato di  spostare Il “setting” come si dice in gergo dall’incontro nel mio studio a Sinalunga o all’ambulatorio presso Le Scotte di Siena alle modalità tecnologiche.

Grazie anche a queste scelte creative, i nostri pazienti non sono stati abbandonati ma hanno continuato ad usufruire del supporto psicologico senza rischiare il contagio. Fortunatamente nessuno si è ammalato e tutti proseguono la regolare terapia di recupero. 


Lei ha registrato differenze di genere nelle reazioni al disagio da pandemia?



Sicuramente per quanto riguarda le donne, gli effetti psicologici da pandemia sono stati attenuati dal proprio status di casalinga. In forza del proprio legame con l’ambiente domestico, la donna è riuscita meglio  a gestire pensieri e parole  proprio occupandosi della casa;  l'uomo invece è passato da una situazione lavorativa di movimento e di attività al contesto casalingo di di assenza lavorativa o dello Smart working. Questa nuova formula lavorativa più statica e priva di interazioni ha spiazzato molti dei miei pazienti maschi: alcuni hanno visto talmente dilatato il proprio tempo lavorativo da ridursi a lavorare anche dopo cena o in notturna riducendo lo spazio per gli affetti e le relazioni familiari salutari. 


Quali le conseguenze dei disagi?

Ho notato sicuramente una situazione di inasprimento dei conflitti; ho in mente storie di bambini e di donne con relazioni già ferite e che durante la pandemia sono ulteriormente peggiorate a causa della convivenza blindata. Molte pazienti donne si sono rivolte a me per questo preciso motivo, incapaci di evadere all’esterno e di smaltire quindi la tensione maturata in famiglia. Per loro l’unico modo per salvarsi è stato proprio quello di  rivolgersi al professionista, raccontare quello che era successo e abbassare il tasso del conflitto. In questo spazio esterno con me, esse hanno   riportare la rabbia, la frustrazione, tutti i sentimenti negativi  e ciò ha consentito loro di fare un salto in avanti rispetto alla situazione di partenza. 




Come vengono da lei i suoi pazienti: vengono introdotti dal medico di famiglia o da altra realtà istituzionale?


In realtà non mi è mai capitato, fino ad ora, di avere questo tipo di collegamento ad esempio con i medici di famiglia. Presso il Policlinico Le Scotte invece il paziente usufruisce di quel bacino di utenza fornito dal Servizio Sanitario Nazionale. Segnalazioni di disagi avvengono da parte  dalle associazione di categoria come l’Unione Italiana dei ciechi e degli ipovedenti che  conoscono il nostro centro di riabilitazione e lo segnalano specificatamente ai pazienti. Penso ad esempio all’importante ruolo di mediazione svolto sul territorio da i Servizi di Salute Mentale per l’ infanzia e adolescenza di Siena o i Servizi alla Salute Mentale per adulti: grazie a loro i cittadini in difficoltà vengono a conoscenza del nostro ambulatorio dove attuiamo con importanti e validi percorsi di recupero. 



Secondo lei l’Ordine degli psicologi sta lavorando bene a sostegno dei disagi psicologici da Covid-19?


L’ordine sta lavorando per la nascita della figura dello psicologo di base da affiancare ai medici di base. E’ maturata ormai la convinzione che per una buona salute fisica è necessaria anche una salute psicologica. Già all’interno  delle scuole si è attivata la figura degli psicologi scolastici; sicuramente sarà più laborioso l'inserimento nei vari ambulatori medici dello psicologo di base.


Cosa puoi dirmi la tua esperienza di psicologa Cattolica?

Quando si lavora con i pazienti, si vanno a cercare i punti di difficoltà ma anche nel loro risorse e la fede è una di queste. Essa rappresenta indubbiamente  una Risorsa perché è comunque una dimensione di apertura all'esterno, di apertura all'altro, di affidamento fiducioso.La fede apre una dimensione di speranza e fiducia al di là del contesto presente di sofferenza, inoltre aiuta a dare significato agli eventi e consente di costruire con il paziente che si ha davanti percorsi di significato. Cosa non possibile in un paziente ateo o agnostico. Avere Cristo è una marcia in più!


Valentina Niccolai


Per un consulto con la Dssa. Elena Ferroni, 

Cell. 349 3022571      

Indirizzi: via Leonardo Sciascia 31 a Sinalunga, 

oppure

Centro di Riabilitazione Visiva (CERV) di Siena “Enrico Giannellli” presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Siena, che ha la sua sede ambulatoriale al piano 1s .

La d.ssa fFerroni, effettua anche visite a domicilio per le persone con disabilità visiva di Siena e provincia.


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